martedì | by Stefano Reves S.


Bayrou le Président

L’ 84,6% dei francesi ha deciso. Bayrou sarà l’erede di Chirac all’Eliseo. No, tranquilli non ho bevuto. Spiego il paradosso. Al secondo turno andranno Royale e Sarkozy, con il candidato gollista con 5 punticini di vantaggio. Tanti si per il primo round, ma in termini assoluti nulla.
Perché se è certo in favore di Sarkozy piomberanno i, modesti, contributi della componente sciovinista di Le pen, il candidato del Fronte nazionale, l ’uomo che ''le camere a gas sono un dettaglio della storia'', il borghezio d’oltralpe per intenderci, è altrettanto ver che les deux poulets dovranno riuscire a convogliare nel proprio stabbio quel restante 35% di francesi
che nel primo turno hanno ripartito il proprio voto tra i tre scaglioni della sinistra trotzkista (4 %), che poca simpatia nutre per il candidato socialista (e tra un po’ diciamo il perché) ed il belloccio, un po’ mastelliano, Bayrou. Mr 18%. L’unica vera incognita. Colui che da solo deciderà da che parte far girare l’agone elettorale. Tra il mascellone, populista ed irascibile Nicolas, o la ridanciana più fasulla della politica europea (mooolto più del cavaliere nazionale) Ségolène.
La riformista che parla solo di tricolore e Marsigliese ed è fermamente contraria ai matrimoni omosessuali (eccovi la risposta). Il punto però è sempre lo stesso, entrambi parlano di ''cambiamento'' ma non propongono alcun modello di società, ne paesi di riferimento da seguire, esprimono valori, ma non presentano programmi. Insomma, alla fine è questa la manfrina: niente idee, solo sentimenti. Bayrou deciderà quali far prevalere.
E noi che ci lamentiamo.


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sabato | by Stefano Reves S.


Telecom e le vestali dell’ italianità

Diciamocelo, lo aspettavamo e da tempo. Alla fine anche Berlusconi si è lasciato investire dalla trottola ‘’Telecom’’. E fin qui tutto normale. Anzi, nel rispetto della legge, sia ben accolta da tutti la volontà del più valido imprenditore italiano di districarsi nel più difficile ginepraio economico europeo. Ad un’ unica, irrinunciabile, condizione. Che al Berlusconi-imprenditore non si preferisca il Berlusconi-Politico, colui che parla di ‘’Italianità’’ prima di mettere sul banco quelle che dovrebbero essere le sole calamite in questa vicenda: competitività aziendale ed un valido piano d’investimenti. Ma, a quanto pare, noi imprenditori e politici italiani siamo belli restii a rimuginare sui nostri errori. Perché la lezione avremmo dovuto impararla tempo fa. Quando l’ultimo Governatore della Banca d’Italia Fazio tentò di ostacolare l’Offerta pubblica d’acquisto dei, loro si forti, olandesi di Abn Amro su Antonveneta, favorendo la scalata di Banca Popolare di Lodi, inconsistente istituto di credito con risorse economico-manageriali quantomeno discutibili. Tutto in nome della ‘’difesa dell’Italianità’’.

Riavvolgiamo subito il nastro. Oggi, l’azionista di riferimento Telecom, dopo gli scempi della gestione più dissennata della sua storia, avrebbe ben poco da fare oltre che cedere il l’intero ‘’pacco’’ al miglior offerente, magari senza badar tanto ai fronzoli del tricolore. Sempre oggi una tale At&t, che nonostante il recente tira e molla, promette, garanzie politiche permettendo, di assicurare un premio del 30%, sul valore di borsa. E ciò meriterebbe l’attenzione di un governo troppo interessato ad attendere la solita cordata nazionale senza esperienza ne possibilità d’investimenti. Impensabile poi fare a meno di ricordare che le stesse istituzioni sono corresponsabili (corree?) della dissennata gestione attuale. E quando si tenta di spiegare il perché di tale comportamento da parte del governo, la risposta non può essere che una sola: palazzo Chigi auspica la partecipazione di intese bancarie italiane, magari già direttamente impegnate nella gestione Telecom, con un solo fine: la necessità di garantire i soliti privilegi alla solita governance finanziaria italiana. Infatti, ed è timore di molti (tutti) del settore, è plausibile che questa vicenda si concluderà con la vittoria di un impresa straniera (non esistono presupposti per altro), la quale però sarà costretta condividere il ‘’trofeo’’ Telecom con un qualche istituto di credito italiano. Di questa insensata quanto patetica forzatura a giovarne sarà il solo establishment politico nostrano, che potrà esultare dai bei salottini urlando ‘’l’italianità è salva!’’. Morale della storia? La spiega abilmente l’AD Unicredi Alessandro Profumo ''dietro l’italianità si tenta di nascondere una debolezza di fondo[…] il problema dell’Italia è attrarre investimenti, non imporre alle imprese italiane come investire''. E non si attirano investimenti in una nazione dove regole incerte, clientelismi, cooptazioni e niente trasparenza dominano su tutti i fronti. Ma in fondo, non siamo gli unici con questi problemi. Chiedere a Cina e Taiwan.


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venerdì | by Stefano Reves S.


Il Bastone del Maestro

Tamudo: Maestro, non anelo altro, se non la felicità. Tutti i miei sforzi sono convogliati verso il suo conseguimento. Ma dimmi, quando avrò conseguito l'illuminazione, solo allora sarò felice?
Maestro: No figliolo. Quando avrai conseguito l'illuminazione, allora sarai libero dal bisogno di essere felice.


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mercoledì | by Stefano Reves S. | , , ,


La ''proposta'' Cei

''Un documento meditato e impegnativo per i Cattolici'', ''una parola meditata, ufficiale, che sia impegnativa per coloro che accolgono il magistero della Chiesa e che possa essere chiarificatrice per tutti''. Non usa mezzi termini, ne mezze misure, il Pontefice durante l’ultimo Simposio promosso dalla Pontificia Università Lateranense. Un ‘’Convegno sulla legge naturale’’, resosi necessario in seguito alle continue minacce che <il relativismo applicato a un campo come l'etica finisce per portare con sé>. <Soprattutto tra i giovani crea un senso di disorientamento che rende precarie e incerte le scelte della vita di ogni giorno>. Ora, la pugnacia con cui il Vaticano irrompe nel dibattito pubblico non disturberebbe nessuno, ne tantomeno il sottoscritto, se l’obbiettivo del messaggio fosse l’ individuale autorità morale. E’invece evidente che il reale campo di battaglia scelto dalla Sacra Sede è un altro. Investe direttamente le due Camere. Imponendo a tutti i deputati di dichiarata fede Cattolica l’obbligo di non promuovere un emendamento, visto come primo passo verso la violazione di quella che è <una legge eterna e immutabile>. Così la definiva ieri il Vescovo Amato.
A questo punto è importante ricordare che un qualsiasi Deputato, al momento di ogni scelta parlamentare debba tener conto, prima ancora delle proprie convinzioni morali, della ''necessità di perseguire la felicità comune''. Una ''felicità'' che non coincide necessariamente con il pensiero Sacerdotale. Ne è definibile ''relativismo etico'' se al suddetto pensiero non è chiamata ad omologarsi.
Insomma, il punto è sempre lo stesso. Un conto è chiedere ad un cittadino di uniformare il proprio comportamento ad un determinato Credo, tutt’altra cosa è pretendere che uno Stato uniformi ad esso le proprie Leggi.


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| by Stefano Reves S. | , ,


L'ultimo ''Pirata'', l'ennesima Fiction

Premessa: Pantani è stato un grande. Un grande campione. Forse come uomo, meno immenso, ma pur sempre un grande. Abbastanza da permettermi di definirlo l’ultimo grande. L’ultimo uomo normale, l’ultimo ad aver accolto con naturalezza un mestiere critico, il Ciclista. Oggi visto, accettato come un fardello, condivisibile solo da una esigua schiera di eletti. Infaticabili e vigorosi eroi.
Sicuramente il germe del professionismo, quello con le copertine patinate, e del merchandising, quello in cui i nostri beniamini sono imbottigliamenti di estathè che pedalano, che sudano, si affaticano per il prossimo super ingaggio, per ottenere un posto nella Top-list degli sportivi più pagati secondo Sports illustrated, c’era già questo professionismo quando lui montava in sella. Egli stesso ha guadagnato tanto. Ma c’è qualcosa dal quale il richiamo della pecunia non è mai riuscito a dissuaderlo: le grandi scalate, sempre più irte, e perigliose. Non le avrebbe mai svendute per nulla al mondo.
Dunque il Pirata sarebbe personaggio ideale per una fiction. Un perfetto uomo d’altri tempi che non si accoda al decadimento di una delle più antiche tradizioni sportive d’Italia. Certamente la più nobile. Un vero eroe. Da incensare, di cui cantare lodi eterne. Soggetto su cui innalzare l’ennesimo monumento alla perfezione umana. Insomma, una perfetta storia da mistificare appieno. Ed in questo compito Rai Fiction ha ben pochi rivali (blockbuster?).
Ora, non voglio dire che sia stato sbagliato fare un film su Pantani.Un uomo raro. Ma pur sempre un uomo. In grado di cogliere strepitosi successi, e di essere implicato in vicende molto meno straordinarie.
Dunque che senso ha questo post? Se prima deifico il personaggio, e poi lo faccio ripiombare alla sua fredda condizione naturale. Forse nessuno. O forse è un vano tentativo di togliere i salamini dagli occhi delle fiction. Le ‘’grandi fiction’’. Quelle non rendono mai dignità ad un uomo. Casomai lo privano.


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sabato | by Stefano Reves S. | ,


Delitto!, Castigo?

Dopo l'ennesima schifezza calcistica
Tutti a casa oggi. Meglio, nessuno allo stadio. Non ci sarà l’ennesimo fine settimana sonnolente tra gli invitanti scranni di salotto, niente compagnia di impietose vivande, niente avventori sbraitanti al bar, niente sport ai tg –ah, ah, niente calcio, oggi inizia il 6 nazioni. Non si farà nulla di ciò che avevamo pianificato mentalmente già dal giovedì, magari gongolati dall'immenso godimento per il nuovo Tv Lcd 40''. Nessuna tradizione ''sportiva'' da conservare, usanza stantia che si ripeteva da fine settembre, e che si riproponeva da chissà quanti anni. Nonostante bottiglie, monetine, coltelli, bengala, missili, motorini, e chissà quanto altro pattume proiettato in campo negli ultimi tempi. Nonostante Moggi, e le telefonate, ed i ‘’giustizialismi’’. Nonostante tutto questo ieri eravamo già li, con il cuore recalcitranti, ansiosi per il prossimo fischi d’inizio. Ma per fortuna – perché chiamarla così? È morto un uomo, per caso- Per caso oggi e domani non sarà così. E speriamo non sarà così per un bel po’ di tempo.
Basta a ‘’segnali’’, a ‘’messaggi’’ , a ‘’provvedimenti’’ ‘’forti’’. Ora esigiamo soluzioni. Riunirsi attorno ad un desco è ciò che è sempre stato fatto, e che probabilmente si farà anche questa volta e… e niente. E' il momento di abbandonare il fioretto di quel populismo che ha sempre rinunciato ad ogni tentativo di risoluzione concreto - il calcio è fucina di voti e danari troppo importante per rischiare di inficiarlo nella sua attuale figura puzzolente – questa è ora di impugnare la clava. Che rivolta, che distrugge, che annienta e zittisce un mondo che non ha mai avuto ragione. Tabula rasa. Banale, e concreta. Gravosa e realizzabile. Unico rimedio.


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giovedì | by Stefano Reves S. | , , , ,


Memoria, vergogna di L. Coen

15 luglio 1938. Viene pubblicato il “Manifesto della razza”, preambolo e pietra miliare delle leggi razziali firmate il 17 novembre dello stesso anno da Vittorio Emanuele III. Lo sottoscrivono dieci scienziati italiani, in verità accademici di modesto calibro. Sono: Lino Businco (medico patologo), Lidio Cipriani (antropologo), Arturo Donaggio (neuropsichiatra), Leone Franzi (pediatra), Guido Landra (antropologo), Nicola Pende (patologo), Marcello Ricci (zoologo), Franco Savorgnan (demografo), Sbato Visco (fisiologo e biologo), Edoardo Zavattari (zoologo). Altre 330 personalità aderirono al Manifesto. Lo scrittore Franco Cuomo - autore del saggio “I Dieci” (Baldini castoldi Dalai editore, 2005, 14,50 Euro) - lo ha definito il “primo censimento ufficiale dei razzisti italiani”. Questa sintesi dottrinaria del fascismo razzista viene presentata al Duce. In verità, è solo una manfrina. Tutto era già stato concordato. Al regime occorreva un pretesto pseudoscientifico per motivare la persecuzione e la spoliazione di una comunità di 43mila cittadini di religione ebraica. Dopo la guerra, i dieci e i loro seguaci la scamparono, protetti da chissà quali connivenze: per essi vi fu totale impunità. Qualcuno motivò la sua adesione al Manifesto adducendo il risibile pretesto che lo fece per convenienza, o che era troppo giovane (quando fa comodo, avere diciotto o vent’anni significa non discernere il bene dal male…). Furono moralmente responsabili della deportazione e i massacri degli ebrei italiani giustificarono con l’autorevolezza del “sapiente” le violenze, i soprusi e le umiliazioni che la loro comunità dovette subire. Conservarono tutto, onori e prebende, incarichi e arroganza. Uno di loro, il giurista Gaetano Azzariti divenne nel 1957 presidente della Corte Costituzionale. Aveva presieduto l’infame Tribunale della Razza. Un altro fu Amintore Fanfani. Un terzo, padre Agostino Gemelli. Evito di trascrivere la lista degli altri. Suggerisco che digitiate su Google “Manifesto della razza” e “Leggi razziali”. Ambiguità, silenzi, omissioni: questa la cifra della memoria, e della vergogna.


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lunedì | by Stefano Reves S. | , , , , , ,


Il ddl (P)astella

E’ preferibile sorvegliare e punire il delitto a sfondo razziale, oppure silenziare penalmente ogni opinione discriminatoria con il rischio di equipararla al negazionismo e confondere la giustizia? Anche la legge firmata dal ministro Mastella, e approvata giovedì in Consiglio dei ministri, si espone all’interrogativo. L’articolato del provvedimento conferma i punti centrali della relazione illustrativa: il ddl reintegra i principi del decreto concepito da Nicola Mancino nel 1993, quando l’attuale vicepresidente del Csm era ministro dell’Interno e decise di stroncare il così detto fenomeno dei “naziskin” reprimendo (fino a tre anni di carcere) la diffusione d’idee fondate sulla superiorità e l’odio razziale. Mastella fa qualcosa di più. Non solo oblitera un’altra legge del 2006 che aveva dimezzato la pena per introdurre un’ammenda pecuniaria e che aveva sostituito i termini “propaganda” e “istigazione” ai più generici “diffusione” e “incitamento”. Il nuovo ddl ripristina “la condotta di incitamento in luogo dell’istigazione (fattispecie più circoscritta)” ma in più “intende estenderne l’applicazione alle discriminazioni motivate dall’identità di genere o dall’orientamento sessuale”. E così arriviamo al cuore di un provvedimento che doveva nascere con il fine di censurare il negazionismo, e che invece, con la sua fisionomia così poco circostanziata, finisce per mettere sotto tutela la libertà d’opinione. Non fosse abbastanza chiaro, citiamo ancora dal ddl: “Intende proclamare un principio di valenza generale, sancendo l’equivalenza tra le discriminazioni causate da motivi razziali e quelle causate dall’identità di genere o dall’orientamento sessuale delle persone”. Il che richiama due ordini di problemi. E’ evidente che l’iniziativa del governo s’inscrive nel paesaggio grande e contraddittorio delle democrazie occidentali alle prese con il bisogno di prevenire culturalmente ogni attentato alla memoria della Shoah. Anche ricorrendo all’ausilio del codice penale e con una serie di effetti per lo meno limitativi nei confronti della libertà di pensiero. Un fenomeno presente da tempo, con alterne complicazioni, in undici paesi europei: Francia, Germania, Spagna, Olanda, Belgio, Austria, Polonia, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Lituania. Nel caso di Mastella questa è una spiegazione, non una scusante: la sua legge ha perso letteralmente di vista il negazionismo per non mortificare la ricerca storica opponendole una verità di stato. Ma ha generato un’esplosione di universalismo dei diritti politicamente corretti: mentre vezzeggia tutte le identità astratte, rischia di rovesciarsi nella negazione della loro libertà concreta.

Lo spettro del Codice Rocco
Bisognava ricordarsi, o no, che la Corte europea ha sentenziato soltanto sul negazionismo equiparato alla falsificazione della storia? Ma forse il nostro governo ha preteso di collegarsi alle disposizioni della Francia. Qui, alla legge Fabius-Gayssot contro “il delitto di revisionismo” (1990) è subentrata nel 2003 la legge Lellouche che punisce una fattispecie larghissima denominata “provocazione alla discriminazione”. Magari le velleità di partenza erano buone come nella settecentesca Dichiarazione dei diritti. Però ne è derivata una contorsione tale che lo scrittore Michel Houellebecq è finito sotto processo per aver svalutato l’islamismo in un libro (“Platforme”) nel quale all’occidente non viene riservata maggior simpatia. E Oriana Fallaci chissà che fine avrebbe fatto. A questo si sommano altre ambiguità in paesi che reprimono il negazionismo: l’Austria “ha condannato David Irving, ma non è riuscita a evitare Haider” (Stefano Rodotà su Repubblica di Sabato), il Belgio ha messo fuori legge il Vlaams Blok per ritrovarselo più forte con il nome di Vlaams Belang, la Romania ha il suo Cornieliu Vadim Tudor. L’Italia non sembra volersi distinguere, ma al potere o al dovere tragico di punire la parola negazionista ha voluto aggiungere di tutto e di più. La nostra legge Scelba contro la ricostituzione e l’apologia del fascismo (1952) ha un chiaro valore storico, ma nasce su misura e viene ulteriormente perimetrata nel corso degli anni. Lo stesso Mancino, nel 1993, non immaginava di allargare la circonferenza della discriminazione a un piano scivoloso com’è quello della differenza di genere. Per poi metterci dentro, sotto la voce “diffusione”, una folla di reati a mezzo bocca. Lo ha fatto Mastella, avvicinandosi all’orizzonte culturale che generò i “Provvedimenti” contro la manifestazione del pensiero contenuti nel Codice Rocco. Si tratta di commi ereditati dallo Statuto albertino e che punivano perfino “l’apologia dell’apologia”. Non sarà facile da spiegare a un giudice democratico.


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domenica | by Stefano Reves S. | , , ,


L'Arte dello Scrivere

Bisogna ricordare anche questo. Se un uomo scrive con sufficiente chiarezza, chiunque può vedere se imbroglia. Se la sua mistificazione ha lo scopo di evitare una frase precisa, il che è molto diverso dall’ infrangere le cosiddette regole sintattiche o grammaticali per raggiungere un effetto che non si può ottenere diversamente, ci vuol più tempo a capire che lo scrittore è un imbroglione, e gli altri scrittori afflitti dalla sua stessa necessità lo lodano per difendere se stessi. Il vero misticismo non dovrebbe venir confuso con l’incompetenza a scrivere, che cerca di mistificare dove non c’è alcun mistero ma soltanto la necessità d’ imbrogliare per mascherare la mancanza di sapere o l’incapacità a esprimersi chiaramente. Il misticismo implica un mistero e i misteri sono molti; ma l’incompetenza non è un mistero, e nemmeno, è mistero il giornalismo enfatico reso letteratura dall’ iniezione di una falsa qualità epica. Ricordate anche questo: tutti i cattivi scrittori sono innamorati dell’ epica.

Quando scrive un romanzo, uno scrittore dovrebbe creare gente viva; gente, non personaggi. Un personaggio è una caricatura. […] Se la gente che lo scrittore sta creando parla di vecchi maestri; di musica; di pittura moderna; di letteratura; di scienza; allora dovrebbero parlare di questi argomenti nel romanzo. Se non parlano di questi argomenti e lo scrittore li fa parlare, è un mistificatore, e se ne parla lui stesso per mostrare come la sa lunga, si da delle arie. Per buona che sia una frase o una similitudine, se la mette dove non è assolutamente necessaria e insostituibile rovina il suo lavoro per egotismo La prosa è architettura, non decorazione d’interni, ed il Barocco è finito. Che uno scrittore metta le proprie meditazioni intellettuali che potrebbe vendere a basso prezzo come saggi, in bocca a personaggi costruiti artificialmente che sono rimunerativi se presentati in un romanzo come persone, questo è forse un buon principio economico, ma non costituisce letteratura. […] Un buono scrittore dovrebbe conoscere tutto il più possibile. Ma naturalmente non avviene così. Uno scrittore abbastanza grande sembra fornito di conoscenza congenita. Ma non è vero, egli è nato soltanto con l’abilità di imparare più rapidamente degli altri uomini e senza applicazione cosciente, e con l’intelligenza di accettare o respingere ciò che è già presentato come conoscenza. Ci sono cose che non si possono imparare in fretta e il tempo, che è tutto quanto noi possediamo, dev’essere pagato caro per raggiungerle.[…] Ogni romanzo scritto sul serio contribuisce alla cultura totale che è lì a disposizione del prossimo scrittore.[…] Se un prosatore sa bene di che cosa sta scrivendo, può omettere le cose che sa, e il lettore, se lo scrittore scrive abbastanza verità, può avere la sensazione di esse con la stessa forza che se lo scrittore le avesse descritte. […] Uno scrittore che omette le cose perché non le conosce, non fa che lasciare dei vuoti nel suo scritto. Uno scrittore che prende così poco sul serio lo scrivere da essere ansioso di far vedere alla gente come è accademico, colto o ben educato, è un semplice pappagallo. E anche questo va ricordato: uno scrittore serio non va confuso con uno scrittore solenne. Uno scrittore serio può essere un falco o un bozzagro o magari un pappagallo, ma uno scrittore solenne è sempre un gufo della malora.

Ernest Hemingway, Death in the Afternoon (cap. V, XVI)


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giovedì | by Stefano Reves S.


No, non dovevamo andarcene dall' Iraq!!!

Dall'Iraq Study Group (il panel dei 10 saggi dei due partiti creato dal Congresso), presentato ieri: «La situazione è grave e si sta deteriorando... e se continua a peggiorare c'è il rischio di uno scivolamento verso il caos, che potrebbe portare al collasso del governo iracheno e a una catastrofe umanitaria. I Paesi vicini potrebbero intervenire. La statura globale degli Stati Uniti potrebbe essere ridotta. E (qui ci sarebbe da discutere, nda) gli americani potrebbero diventare più polarizzati.

Allora perché? Perché ce ne siamo andati!? Proprio ora che il nostro contributo sarebbe più che mai necessario. Ora che la morte dei nostri soldati e civili in quel derelitto paese, acquisirebbe una briciola di sensatezza. Ora che sì!, potremmo parlare di eroi, di valori veri.
No!, la scelta di ritirare le truppe a fine 2006, presente nel programma di tutte e due le coalizioni, oggi, con questi documenti, dimostra solo una cosa. Che quella beota invasione ha sempre e solo avuto un fine, un medesimo significato: nessuno.
Nel frattempo i nostri politici e Generali vagabondeggiano per reti nazionali, ripetendo nauseabondi discorsi stonati sulla solidità del nuovo esercito iracheno, sui successi di quello italiano. Sul nulla.


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martedì | by Stefano Reves S.


Sulla piazza

- "Quando sento le cose dette in piazza dai sindacati, capisco come nascevano le purghe staliniane".
(Silvio Berlusconi dopo la manifestazione sindacale contro la riforma delle pensioni annunciata dal suo primo governo, 23 novembre 1994).

- "Tre milioni di lavoratori sono scesi in piazza contro la finanziaria? Io penso a quei 20 milioni di lavoratori che sono rimasti a casa".
(Silvio Berlusconi, 15 ottobre 1994)

- "I 700 mila - perché non erano di più - della manifestazione dell'altro giorno non sapevano che i colpi di piazza sono contro la democrazia. Certo, c'era tanta gente che faceva una scampagnata per il semplice motivo che è stato loro offerto un viaggio gratis, la colazione gratis. Oppure sono venuti a Roma per visitare i musei la domenica pomeriggio".
(Silvio Berlusconi, dopo la manifestazione di 3 milioni di lavoratori indetta dalla Cgil di Sergio Cofferati al Circo Massimo a Roma contro la riforma dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, 26 marzo 2002).

Pè ridere
- Berlusconi ha portato 2 milioni di persone in piazza... e molte di più in mezzo a una strada.

- e allora? Per la festa della Roma eravamo 4 Milioni, ma che dico, 6.

Interviste illuminanti
Perché manifesti? (il giornalista rivolgendosi ad una ragazzina presente nel corteo)
-"questo governo ha meffo folo taffe."
-"Quale tassa, in particolare, non ti piace?"
-"Bè ...veramente...non fo... io fono ancora una ftudenteffa..."

Lei invece?
- Me figgiu a 36 anne e' angore disoccupate,
e me lo tebba tenero a casa!
- Perchè, nei cinque anni che c'era berlusconi lavorava?
- E che cendra? Proti se n'adda jì!
Voliamo ca cummanna Perluscone!.

Quale tassa non le piace?
- Quanto nastro avete? (risposta).


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lunedì | by Stefano Reves S.


Libertà e Banane

La Libertà, ovvia, di marciare e di difendere se stessi. Il proprio egoista, corrotto e faziosissimo punto di vista. Libertà bellissima.
Poi soltanto, tante, divertentissime, banane. Banana lo sfondo del grande palco allestito. ‘‘Contro il Regime’’. Contro quel Governo flebile e permissivo, tipico Regime. Banane i discorsi sull’unità di coalizione, distante solo 1000 Km. Banana la lunga bandiera dell’ ''Ungheria'' trasportata da AN a bordopalco. Dove c’erano i soliti a cantare l' inno di Mameli, ed altrettanti soliti a fischiarlo. Banane i discorsi preconcetti, anacronistici, e contraddittori. Tutti. Vuoti di opinioni. Con tanti NO, e senza una sola frase atta a giustificare o motivare tanto andirivieni. Perché avrebbe dovuto essere contro la finanziaria, non una reprimenda per le elezioni perse. Saranno pure 1 Mil…, no 2, anzi 3 Milioni!!!, nessuno di loro ha osato chiedere il rimborso spese. Banane.


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| by Stefano Reves S.


Ottimo, diversamente non potrebbe essere, il seguente articolo di Dacia Maraini. Resta da chiedersi perché l'accanimento terapeutico, di cui anche Welby ''usufruisce'', sia ancora Legge, nonostante numerosissimi NO, incluso quello della Chiesa.
Un atto di libertà per Welby di Dacia Maraini

Si può amare la vita e chiedere la morte, come fa Piergiorgio Welby in una lettera al presidente della Repubblica? Sembrerebbe una contraddizione, ma se a quelle parole ne aggiungiamo altre che dicono: io amo la vita ma proprio perché la amo non posso accettare di tirare avanti in queste condizioni di sofferenza e di menomazione, sappiamo che non è più una contraddizione ma una dichiarazione legittima.
La vita è degna di essere vissuta ma in condizioni ritenute dignitose da chi se la porta addosso. La domanda di solito a questo punto è: ma chi stabilisce quali siano i limiti della dignità per un malato che è messo nella condizione di non potere muovere una mano, di non potere parlare con la persona amata, di non potere bere da solo un bicchiere d'acqua? La risposta logica sarebbe: il malato stesso. Ma spesso i protagonisti del dolore o della malattia, da noi, non hanno potere di decisione.
È una vecchia eredità cattolica che ci portiamo dietro da secoli: l'uomo, secondo la Chiesa, ha bisogno di una tutela morale che lo accompagni dalla culla alla bara. La tutela naturalmente poi si trasforma in controllo, religioso, culturale e psicologico. Non si crede che l'individuo abbia la possibilità di decidere in coscienza e con responsabilità del suo destino.
Oggi Piergiorgio Welby, con la sua pacifica e umile richiesta (vedi i servizi nelle Cronache), ci mette drammaticamente davanti a un tema che ci tocca tutti da vicino: quali sono i confini fra la vita e la morte in tempi di accanimento terapeutico, in tempi di macchine che pompano artificialmente il sangue, soffiano meccanicamente l'ossigeno, tenendo in vita persone che in altri tempi sarebbero morte di morte naturale? Ci sono casi di individui in coma che continuano a vivere per anni e anni. Il regista spagnolo Almodóvar ne ha fatto addirittura un film: una ragazza in coma viene messa incinta da un infermiere. Lo sguardo del regista non è moralistico, non condanna né l'infermiere, né coloro che si accaniscono a tenere in vita un corpo che sta più di là che di qua. Mapure i segnali della vita ci sono e come trascurarli? In quel caso la ragazza non ha parole e non può dire se preferisce morire o vivere alla mercè degli altri.
Nel nostro caso la persona è consapevole e forse per questo fa una strana impressione pensare di acconsentire alla sua tenace domanda di estinzione. Eppure si può immaginare che sempre di più andremo incontro a situazioni di questo genere, perché la scienza diventa ogni giorno più esperta e ardimentosa, i medici più abili e le macchine più capaci. È solo il corpo umano che non muta. O per lo meno non muta come vorrebbero i medici e le macchine dell'immortalità.Uncorpo è un corpo, con le sue miserie, le sue inettitudini, i suoi limiti e la sua profonda capacità di sofferenza. Un corpo andrebbe ascoltato oltre che curato. I medici sono ormai talmente specializzati che non riescono a vedere l'insieme della persona, intenti come sono a curare il particolare che è stato loro affidato. Può darsi che il cuore continui a pulsare, i polmoni a respirare,mala persona stia talmente male da non desiderare più restare al mondopur amandola vita, come dice Welby.
La legge italiana non prevede l'eutanasia. Non perché la società nel suo insieme abbia discusso e preso una decisione collettiva, ma per soggezione alla Chiesa che a sua volta proibisce l'eutanasia per ragioni di principio. Le ragioni di principio però sono sempre astratte e brutali, non tengono conto dei cambiamenti, dei casi specifici, delle persone singole. Accanto a Welby c'è Marco Pannella che oltre a tenergli affettuosamente compagnia chiede al Parlamento una discussione immediata su questo grande atto di libertà. Alcuni gli danno ragione, ma i tempi sono lunghi e intanto la sofferenza continua. Riusciremoancora una volta ad emanciparci da una delle tante tutele, per rendere la persona responsabile della sua vita?


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mercoledì | by Stefano Reves S.


Preferisco i Savoiardi

Avete visto ‘’Mafalda di Savoia’’? Io no. Finalmente ieri sera ho deciso di tergere un film che fino ad allora non avevo mai nemmeno sfiorato nella mia nutrita collezione, ‘‘The Truman show’’.
Agghiacciante e sconvolgente. Per fortuita coincidenza, ritengo che stesso giudizio andrebbe estrapolato per i film appartenenti allo stesso filone di quello in onda ieri su Mediaset.
Sia chiaro, non ho affatto nulla contro la nobile Mafalda, ma, forse sbaglierò, percepisco questo lavoro, e come questo tanti altri in onda spesso anche in Rai, come un’“opera allegorica”. Dove, dietro alla trama, così l lampante, così elementare, si cela qualcos’altro. Un argomento, un messaggio, più profondo ed astruso.
Mi spiego, ribadendo nuovamente che non ritengo errore il fatto d’aver realizzato un film su Mafalda, piuttosto è estremamente deprecabile il tentativo, che con questi lavori si concretizza, di dare una bella e completa imbiancata sulle pareti dell’ intera casata. Promuovendone una nuova immagine, propositiva, riabilitandola persino nei suoi periodi più neri. Sebbene ancor' oggi, nella loro coscienza, e nel nostro violato intelletto, dovrebbe pesare quella tragedia delle Leggi Razziali, da un Savoia promulgate.


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lunedì | by Stefano Reves S.


Il Dicastero del poco o nulla

Poche Nazioni hanno la fortuna di poter usufruire di una così importante fonte di rendita come il petrolio. Ancora meno sono le Nazioni che hanno a disposizione quello che potremmo definire ‘’Petrolio Alternativo’’.
Esiste invero uno Stato che accoglie nei suoi, limitatissimi, confini ben il 75% di una tra queste straordinarie risorse. Ovviamente ci riferiamo al ''Patrimonio Artistico Mondiale'' e, per chi non l’avesse capito, la nazione in causa è ovviamente l’Italia. Veniamo subito al dunque, per preservare e “spolpare economicamente” una cosi fortunata vena di guadagno, potenzialmente redditizia come poco altro, il Petrolio stesso (nda), cosa si poteva fare? Istituire un Dicastero ad hoc? Fatto. Basta così? Una nazione che avesse davvero a cuore la tutela di se stessa avrebbe certamente detto, si, basta! Ma da noi no, assolutamente no! Bisognava indi relegarlo istantaneamente alla posizione di disinteressante ufficio ministeriale, ottima poltrona per contentare un qualche Partito, o magari un Politico con particolari necessità di rinomanza, senza che però Egli recrimini per mancati investimenti od eventuali tagli fiscali. E chi potevamo scegliere noi come Ministro del ‘’Nostro Petrolio’’, se non il bel faccino Rutelli? Ma perché? Perché uomo di onusta, raffinata e ricercatissima erudizione? (elementi ineludibili per chi volesse mirare ad incarico così importante) Data la faciloneria dei soliti discorsi tecnici, oserei da profano, dilettantistici discorsi, tecnici soltanto per presunzione. O forse soltanto perché un bravo antenato fù ottimo scultore? Così, facendone una questione ereditaria. Più probabilmente per la motivazione detta inizialmente.
Ed il rammarico e la rabbia per il totale disinteresse a riguardo di ogni nostro governo, presente e passato, sorge spontaneo. Poi, quando si pensa alle decine di pregiatissimi reperti trafugateci sotto il naso dal più pacchiano e discutibile Museo del Pianeta. Da quella che per anni fu l’indiscussa Casa Bianca della mafia californiana. Al cui posto oggi sorge solo una colonna infame, un volgare e banale pastiché dei peggiori stereotipi culturali e morali, dietro il quale però si continua a schernire ed umiliare quello che dovrebbe essere l’unico Trust del settore, il monopolista indiscusso ed indiscutibile.


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domenica | by Stefano Reves S.


Il bastone del Maestro

INVOCATIO

Che i nostri privilegi non siano più pretesto per le nostre prevaricazioni. (S. R.)


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sabato | by Stefano Reves S.


Piccolo ''grande'' TG5

Straordinaria prova di imparzialità ieri al tg5 delle 20. Servizio sul discusso documentario di Deaglio, con interviste a Bondi, Gasparri, Bonaiuti, Pisanu, e... e basta. Manca qualcuno? Certo, solo lui, l' On. Contraddittorio.

Questo evento, insignificante è al contempo tangente prova della politica giornalistica dell' unico, vero, erede del Tg4 in prospettiva Gentiloni. Avviata nel periodo pre-elettorale, in principio con soli, disarmanti titoli Wellesiani, e proseguita nei recenti mesi con l'adattamento di alcuni verbi, avverbi, aggettivi, studiati ed applicati appositamemte per far coincidere l'intero servizio con l'idea che Forza Italia ha dell'attuale governo. Si sprecano quindi participi come ''lacerante'', aggettivi come ''incoerente'', che se siete fortunati non riascolterete spesso perché rimpiazzato dal suo succedaneo ''irragionevole''.
Se a ciò aggiungiamo la frequente opera propagandistica in favore de ''Il Giornale''... accade infatti spesso che si veda nei servizi una ragazza, la quale apparentemente sfila lungo l'inquadratura, magari uscendo dalla metropolitana, come non centrasse nulla, ripresa apparentemente per semplice necessità paesaggistiche, ma stringendo vistosamente a mò di Baguettes il solito quotidiano, mostrandone la completa intitolazione.
Sarà mica un caso?


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venerdì | by Stefano Reves S.


Un anno da Espertone

Un anno. Otto mesi effettivi. 218 articoli. Cinquantamila visite. Collegamenti da oltre quaranta nazioni. Congiunzioni con decine di siti, alcuni a tiratura nazionale. Incontri con il peggio della società, e gli individui più illuminati.
Se alla fine dello scorso anno mi avessero chiesto come avrei visto il mio sito tra qualche tempo, probabilmente la mia risposta sarebbe stata ''sito? Sai, me n’ero praticamente dimenticato''.
Ma per fortuna o per caso ciò non è accaduto. Ed è per questo che oggi più di allora, si può, si deve fare di più, si può, si deve fare meglio.
Questa volta però, confidando anche nella bontà dei miei soci. Tutti e tre.


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