sabato | by Stefano Reves S.


Telecom e le vestali dell’ italianità

Diciamocelo, lo aspettavamo e da tempo. Alla fine anche Berlusconi si è lasciato investire dalla trottola ‘’Telecom’’. E fin qui tutto normale. Anzi, nel rispetto della legge, sia ben accolta da tutti la volontà del più valido imprenditore italiano di districarsi nel più difficile ginepraio economico europeo. Ad un’ unica, irrinunciabile, condizione. Che al Berlusconi-imprenditore non si preferisca il Berlusconi-Politico, colui che parla di ‘’Italianità’’ prima di mettere sul banco quelle che dovrebbero essere le sole calamite in questa vicenda: competitività aziendale ed un valido piano d’investimenti. Ma, a quanto pare, noi imprenditori e politici italiani siamo belli restii a rimuginare sui nostri errori. Perché la lezione avremmo dovuto impararla tempo fa. Quando l’ultimo Governatore della Banca d’Italia Fazio tentò di ostacolare l’Offerta pubblica d’acquisto dei, loro si forti, olandesi di Abn Amro su Antonveneta, favorendo la scalata di Banca Popolare di Lodi, inconsistente istituto di credito con risorse economico-manageriali quantomeno discutibili. Tutto in nome della ‘’difesa dell’Italianità’’.

Riavvolgiamo subito il nastro. Oggi, l’azionista di riferimento Telecom, dopo gli scempi della gestione più dissennata della sua storia, avrebbe ben poco da fare oltre che cedere il l’intero ‘’pacco’’ al miglior offerente, magari senza badar tanto ai fronzoli del tricolore. Sempre oggi una tale At&t, che nonostante il recente tira e molla, promette, garanzie politiche permettendo, di assicurare un premio del 30%, sul valore di borsa. E ciò meriterebbe l’attenzione di un governo troppo interessato ad attendere la solita cordata nazionale senza esperienza ne possibilità d’investimenti. Impensabile poi fare a meno di ricordare che le stesse istituzioni sono corresponsabili (corree?) della dissennata gestione attuale. E quando si tenta di spiegare il perché di tale comportamento da parte del governo, la risposta non può essere che una sola: palazzo Chigi auspica la partecipazione di intese bancarie italiane, magari già direttamente impegnate nella gestione Telecom, con un solo fine: la necessità di garantire i soliti privilegi alla solita governance finanziaria italiana. Infatti, ed è timore di molti (tutti) del settore, è plausibile che questa vicenda si concluderà con la vittoria di un impresa straniera (non esistono presupposti per altro), la quale però sarà costretta condividere il ‘’trofeo’’ Telecom con un qualche istituto di credito italiano. Di questa insensata quanto patetica forzatura a giovarne sarà il solo establishment politico nostrano, che potrà esultare dai bei salottini urlando ‘’l’italianità è salva!’’. Morale della storia? La spiega abilmente l’AD Unicredi Alessandro Profumo ''dietro l’italianità si tenta di nascondere una debolezza di fondo[…] il problema dell’Italia è attrarre investimenti, non imporre alle imprese italiane come investire''. E non si attirano investimenti in una nazione dove regole incerte, clientelismi, cooptazioni e niente trasparenza dominano su tutti i fronti. Ma in fondo, non siamo gli unici con questi problemi. Chiedere a Cina e Taiwan.