mercoledì | by Stefano Reves S.


Continua dal post del 23 maggio
Dicasi Democrazia
2a parte
Obbligo del dialogo - uguaglianza - negazione del cuius regio...

Democrazia è discussione, socraticamente è filologia non misologia. Chi come coloro che si ritengono superiori agli altri, odia i discorsi e al confronto delle idee, alla loro persuasione preferisce la sopraffazione. Mussolini denigrava i ‘‘ludi cartacei’’ che si celebrano in Parlamento; nell’Ottocento J. D. Cortés parlava spregiativamente della democrazia come della forma di governo discutidora, propugnando non il governo del Popolo, ma il governo di Dio, con i quali c’è evidentemente poco da discutere. L’ uomo democratico dunque non si intestardisce, ma si rallegra dopo essere stato colto in errore. Chi, al termine, è ancora sulle sue stesse iniziali posizioni, infatti, ne esce com’era prima. H. Arendt descrive egregiamente questa situazione, nessuno da solo e senza compagni, può comprendere adeguatamente e nella sua piena realtà tutto ciò che è obbiettivo, in quanto gli si mostra e gli si rivela sempre in un’ unica prospettiva, conforme e intrinseca alla sua posizione nel mondo. Se si vuole vedere ed esperire il mondo così com’ è realmente, si può farlo solo considerando una cosa che è comune a molti, che sta tra loro, che li separa e unisce, che si mostra a ognuno in modo diverso, e dunque diviene comprensibile solo se molti ne parlano insieme e si scambiano e confrontano le loro opinioni e prospettive. Soltanto nella libertà di dialogare il mondo appare quello di cui si parla, nella sua obiettività visibile da ogni lato.

Democrazia è uguaglianza, uguaglianza non è omologazione, la massificazione di cui si è or parlato. Senza leggi per uguali, si pensi alle leggi ad personam, fatte dai potenti per favorire se medesimi e i propri accoliti, la società si divide in caste, chi è sopra e chi è sotto la legge.

Un insidia moderna è il richiamo all’ unione tra potere civile e religione. Il principio cuius regio illius et religio, che univa vita religiosa e civile sotto la potenza statuale, si vuole da taluno rinnovare in un nuovo, ambiguo intreccio di potere civile e potere religioso. Dopo secolo di difficili sperimentazioni della distinzione tra affari di stato e affari di religione, l’autonomia dell’uno dall’altra, che, sola, consente la convivenza di tutti in uguaglianza di diritti, è oggi ancora una volta esposta a rischio. La novità non sta nella Chiesa, ma nella riapparizione della figura ben nota degli opportunisti della religione, gli atei-clericali, o come altrimenti si vogliano chiamare coloro che, per rafforzare lo Stato e promuovere se stessi sono disposti ad appoggiarsi gregariamente alla Chiesa ed alla sua autorità morale. Risultato: la Politica in nome di Dio, che vediamo diffondersi con il suo potenziale di intolleranza e violenza. Così rischieremo di avere non piu’ Chiese di Stato, ma Stati di Chiese, riedizioni aggiornat dell’antica Teocrazia.

Fine seconda parte.


3 Responses to “ ”

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  1. emanuele says:

    già.... bella l'ultima parte.... lo stato dev'essere un'organo, anzi un organismo superpartes, che alimenta e fortifica ogni suo organo interno, ogni cellula e molecola. non può privilegiare il cuore a scapito del cervello, o lo stomaco a scapito dei polmoni.... tutto deve coincidere ed essere equilibrato, mantenendo le proprie funzioni autonome, e le proprie indipendenze concettuali, nel rispetto però del lavoro e del pensiero altrui, perchè solo assieme si può vivere in un organismo sano.... in un corpo morto, anche l'organismo meglio preservato e sviluppato, rimane freddo ed inanime.
    così lo stato, non può limitare e/o sviluppare a propri discrezione una propria parte rappresentativa.
    La democrazia più forte, è quando la maggioranza si batte per i diritti della minoranza, non quando la minoranza viene emarginata dalla vita politica della maggioranza.

  2. ciubby82 says:

    MI DIRESTI COME POSSO INSERIRE LE TUE INIZIATIVE NEL MIO BLOG CIAO A PRESTO

  3. V3N0M says:

    L'uguaglianza de facto non esiste. Al massimo si può sperare che chi è un pò più uguale degli altri abbia nella mente la ricerca di un interesse collettivo allo scopo di stabilizzare nel tempo il suo interesse personale.